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Il primo giorno del MEI, un giornalista di Radio Zero, mi ha chiesto cosa significasse per me, la mia partecipazione all’evento. Presa così su due piedi, ho dato una risposta veloce, seppur significativa (stando a quello che ha detto Marco, socio della Blob Agency). Le solite cose da dire: il MEI aiuta le etichette indipendenti per salvare la musica italiana; la distribuzione della musica di oggi è oramai affidata a distributori digitalizzati dei quali non conosci neanche l’indirizzo ecc… Ma fossi stata intervistata con calma e col tempo di poterla pensare, avrei architettato diversamente la risposta. MEI è farsi una valigia la mattina presto prima di andare a lavoro; prendere un treno ad alta velocità alle 20.00, e dalle 22.30  aspettare la mezzanotte in un locale di Bologna con il tuo collaboratore, e il primo artista, da te intervistato. Una birra che si rovescia non solo sul tavolo, ma anche nei discorsi su ciò che accade nella discografia italiana attuale e di cosa ci occupiamo noi della Blob. Mezzanotte: messaggi di buon compleanno e un altro giro di bevuta fanno da preludio alla giornata di domani. Con comodo, l’indomani, un regionale per Faenza ci accompagna a quella che è stata definita la migliore edizione degli ultimi anni; allestiamo il nostro stand con i cd delle promozioni, e un figo raccoglitore demo accuratamente ricoperto da fogli di Rolling Stones preparato da Marco. I tendoni iniziano a riempirsi del merchandising degli  espositori e di musiche di sottofondo; alla fine del nostro corridoio c è anche un rappresentante di Epiphone che cattura l’attenzione di tutti con la sua lucidissima lady Les Pauls Standard. Fuori, Faenza splende sotto al sole: palchi in ogni angolo della cittadina, mostre di artisti emergenti, che interpretano la musica e le sue suggestioni, giocolieri, banchetti vintage, file nere di vinili. Nel frattempo centinaia di gruppi brulicano tra gli stand a lasciare le proprie demo; vengono prevalentemente dal nord Italia a riporre nel nostro scatolone, i sogni racchiusi in un cd. Incontri di sguardi, scatti rubati e file di dati a penna che si accumulano. Ci piace interessarci al loro prodotto, far domande sul genere. Ci godiamo anche la città. Il caldo di fine settembre, le birrerie aperte. Ci addentriamo con Frenk in un negozio di cd. “Frenk, ma oggi è il Record Store Day (oltre che il mio compleanno), entriamo dentro! Oggi per bene che vada, è si un’appuntamento di culto, ma la forbice più ampia, quella che fa strizzare gli occhi alla memoria, di ciò che siamo stati, sono i vinili di cantautori italiani di quaranta, cinquanta anni fa, e uno specchio parabolico dove ci scattiamo un selfie. Sono cambiati i mezzi, cassetta o Spotify che sia, ci si affida alle note dei palchi li accanto: il live come tentativo di seduzione e manuale di istruzione del sè. La giornata volge al termine: oggi ho anche rubato uno scatto a Capovilla, cantante del Teatro degli Orrori, mentre si prende gioco della maglia poco seria di Frenk, fondatore della Blob Agency. Sotto lo spauracchio dei temibili orari di Trenitalia, ritorniamo verso Bologna col trolley pieno di demo e la semplice prospettiva che ascoltando nei prossimi giorni, tutti quei lavori, avremmo donato un contributo non indifferente agli artisti emergenti che hanno impacchettato in pochi brani, sogni e progetti.

Marianna Alvarenz

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