Mancavano giusto loro all’elenco dei grandi eroi del rock sperimentale sempre più alla ribalta, nell’ultimo periodo. Il loro prodotto è più orientato ai club, o più radiofonico e orecchiabile? Senza ombra di dubbio, la risposta è : entrambi i sensi!

E’ un eccellente compromesso tra i due. C’e’ il singolone da radio come Voices, che sembra li destinato a una lunga e infinita programmazione; e allo stesso tempo spazio al lato più elettronico e intriso di synth come Chemical Lover, chimico, danzabile e incendiario.

Sta di fatto che andare a un concerto dei Moods , anche in un palco che non sia quello di Rock in Roma, ma un teatro indipendente, è come intraprendere un trip. Appena parte il sound, gli smartphone lasciano posto a un movimento di braccia cariche di energia e movimento. La prima fila si gremisce dopo nemmeno un paio di canzoni: danza collettiva su vibrazioni potenti, palpitazioni accelerate e sudore. Ruspa alle tastiere come un forsennato alla guida di un treno ad alta velocità, Antonio Dema che con 40° di febbre picchiava alla batteria come un martello pneumatico, Dario galvanizzato dal suo stesso sound e infine la chitarra e voce di Stefano a trascinare la folla che man mano aumentava di volume.

I Moods hanno travalicato qualsiasi linguaggio, creando un’ esperienza musicale e fisica incredibile per chiunque fosse tra il pubblico, anche se non esperto del genere. Tutti divertiti, tutti urlanti, tutti completamente in estasi per quel trip ben mescolato e somministrato. Nel loro concerto c è tutto: dal singolo dei primi lavori (Pump Rock), ai pezzi dell’ultimo album (Voices, Chemical Lover, Catch Me) , alla cover reggae di So Much Trouble in the World, sino a scaldare le fila, con la gloriosa canzone You Spin Me Round dei Dead or Alive e completare il mix con la fantastica versione strumentale di Jonny Marr, Easy Money.

Strepitosi in toto e con apici inenarrabili,i Moods lasciano a Roma un’esperienza senza precedenti.IMG_0651

 

 

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