COMUNICATO STAMPA:

MOODS sul palco del Postepay Rock In Roma con i Chemical Brothers

 Il prossimo 2 luglio i salentini Moods saranno sul palco principale del Postepay Rock moods ppIn Roma e apriranno il concerto dei Chemical Brothers; nella stessa giornata la scaletta prevede anche le esibizioni di Jeff Mills e Flume (per la prima volta in Italia).

I Moods, band salentina che mischia il pop-rock alle più nuove sonorità elettroniche, raggiunge questo traguardo dopo aver vinto la scorsa edizione del contest indetto dal festival capitolino, uno dei più importanti d’Europa. La scorsa estate infatti, i Moods si sono esibiti con successo sul palco della competizione emergente durante i live di Editors e Franz Ferdinand dopo una prima selezione sul web e sono stati decretati unici vinicitori, guadagnandosi così un posto sul palco principale per quest’anno insieme alle più grandi star della musica internazionale.

Si prospetta così un’estate di rilievo non solo per quanto riguarda i live per la band salentina che dopo l’uscita dei primi due singoli “Pump Rock” e “Sunlight”, a breve pubblicherà un nuovo singolo che anticiperà l’uscita del primo disco ufficiale, previsto per i prossimi mesi.

I Moods sono: Stefano Scuro (voce e chitarra), Errico Carcagni (synth e programmazioni), Antonio De Marianis (batteria e programmazioni) e Dario Ancona (basso).

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Intervista a Federico Cimini

L’artista si racconta: ecco la versione completa della nostra lunga chiacchierata su Skype, tenuta qualche giorno prima dell’uscita del suo secondo album. E’ a suo agio, incontenibile, con lo sguardo più spostato verso i sentimenti, e a dar  conferma di ciò,  la copertina del suo nuovo album, in cui appare il suo profilo “importante”.CD Booklet

Iniziamo subito dal nome dell’album: Pereira. Sono indecisa se pensavi al calciatore o alla Colombia

In realtà ho scelto questo titolo prendendo spunto  dal libro “Sostiene Pereira”, il romanzo di Tabucchi, perché la lettura mi aveva piuttosto colpito qualche anno fa. Seppur rimane una semplice influenza cercavo un titolo che potesse esprimere meglio il cambiamento che stavo affrontando; è un mood, uno stato mentale della mia evoluzione e dell’approdo a un nuova crescita interiore.

 L’album precedente aveva in copertina un Cimini stilizzato. In Pereira anche la grafica cambia. A che punto  ti senti del tuo percorso di maturità professionale e personale?

Con l’album precedente ho voluto tirare fuori la testa dal sacco: sia nel mondo della musica, che nel periodo storico  che stavamo vivendo. Invece Pereira è un album diverso, non ha niente a che vedere con L’Importanza di Chiamarsi Michele;  è un nuovo approccio alla musica, alla scrittura; probabilmente sono stato più superficiale, meno pesante, più leggero.

C’è dunque meno “neorealismo”

Si, c’è meno neorealismo cinico, a favore di più disillusione, disincanto. Pereira è una raccolta di storie vere, che sfronda i vezzi e punta al cuore. E’ la componente “personale”, il filo conduttore di tutto l’album. Il nuovo lavoro è sicuramente un concept più maturo, e io stesso mi sento “cresciuto” (lascio a voi il giudizio se in positivo o negativo), e così ho ritenuto opportuno parlare di me, sempre attraverso altre storie, ma mettendoci la faccia e anche i difetti (persino il mio profilo). La copertina questa volta, ha anche una spiegazione , non tanto didascalica, quanto contenutistica. Abbiamo deciso di utilizzare  diversi  colori, scansionando dei disegni che ho colorato io stesso con le tempere e farne una maschera con cui “coprire” il mio profilo. Allo stesso tempo, le diverse tonalità non sono una scelta casuale, ma fatta per ricreare il contrasto con cui è stato fatto l’album. E’ un disco pop, scritto da me che sono un cantautore, volendo cosi confrontare la classica figura del cantautore del passato, con quella di uno del 2015. Si associa alla prima quella della serietà, che sfocia anche nella pesantezza a volte, come erano i grandi maestri del cantautorato degli anni sessanta. Se guardiamo gli  stessi Fedez, Fabri Fibra, Jovanotti, lo sono a loro modo,  e quello che ho voluto fare in Pereira è stato ricostruire questa contrapposizione, tra ieri e oggi.

Non poteva non saltare agli occhi, il trailer di Pereira, il cui slogan è che ti metti a “nudo”,  dove appari  in boxer e calzini a righe. Ti senti più “figo”? Qualche anno fa ad esempio, l’avresti girato questo teaser?

Forse due anni fa non l’avrei fatto, e questo rientra anche nella spiegazione di Pereira; non sarei stato capace di mettermi a nudo, dato che ciò che ero, mi imponeva una sorta di finzione legata al messaggio che volevo dare. Ritornando al piccolo spot che abbiamo deciso di fare con Diana Scalfati, la ragazza che ha curato tutto il progetto grafico del disco, è stata quasi un’esigenza riprendere diverse parti di me, visto che ogni brano avrà la sua copertina; undici copertine per undici brani.

Quanto hanno prevalso dunque i ricordi e la tua vita reale nella stesura dei singoli brani?

In L’Importanza di Chiamarsi Michele, il protagonista era senz’altro il mio alter ego, portavoce di un messaggio che volevo dare io, o meglio di un’ esposizione che volevo dare di me. Prima volevo esser più in vista più per esprimere un parere politico sulla società, e non cimentarmi in un dibattito .  Ci tengo a precisare che parlo di società; non voglio parlare di politica in senso stretto. Volevo far capire il mio punto di vista, forse per una questione di coerenza col personaggio di cui narravo le gesta; un provocatore che la pensa in un determinato modo.  Pereira invece va più a fondo, più autobiografico, entra nei sentimenti,nelle ragioni del cuore.

Ci sono dunque più canzoni d’amore ?

Si. Ce n’è una che si chiama L’ Assassino, perché come in tutte le storie,  non si capisce mai a chi dei due è da attribuire la  fine; ce n è una struggente che si chiama Maria, in cui ho deciso di inventare la storia tra mio nonno e mia nonna, venuta a mancare nei primi anni novanta, e di cui mio nonno ancora  bacia la foto in diversi momenti della giornata. Un gesto molto forte che meritava di esser raccontato; già di per sé immaginare un rapporto ambientato nel dopoguerra  è difficile e cosi ho deciso di farne una canzone.

Spesso sono le cose semplici le gioie della vita. Quanto conta la semplicità e la spontaneità nelle tue canzoni? E voglio ricollegarmi anche ad un tuo post sul video di Pereira in cui ringrazi la gente del tuo paese che si è offerta di collaborare al video. Un video  apparentemente semplice

Mi piace che lo definisci “apparentemente semplice”. Questo disco è semplice, più di quanto non si pensi. Quando l’abbiamo arrangiato, l’abbiamo fatto nel nome della semplicità. I musicisti hanno voluto suonare cose semplici. E’ complesso farlo risultare tale. Anche il video stesso, della regia del grande Giacomo Triglia, direzione artistica di Mirco Onofrio (musicista della Brunori Sas) ha una struttura complessa . Io non ho fatto che sedermi in spiaggia, dinanzi a uno scoglio, mentre regista e collaboratori mi lanciavano di tutto e con registrazioni  in presa diretta . Ciò che lo fa perdere di semplicità, è in primis il fatto che  cantavo al contrario (Sono riuscito ad imparare a memoria il testo al contrario: “…e le canzoni fanno la rivoluzione” diventa “enoizulovir al onnàf inoznac el e…”) . E con le riprese au revers, ogni cosa che mi tiravano addosso, in  realtà tornava al mittente; sono partito da sporco e ne sono uscito pulito da quel video. Trenta minuti di riprese con la collaborazione di personaggi che si sono offerti gratuitamente: dal fioraio, all’amico che mi presta il generatore di corrente.

Tra un po’ parte anche il tour..

Si, finalmente inizio a girare in lungo e largo per l’Italia con un tour promozionale che durerà tantissimo, in nome dell’originalità del nuovo album e delle venti persone che mi stanno aiutando; dal team di MK Records a MK Live. Mi esibirò nei caffè letterari, piccoli locali, in versione chitarra e voce; farò delle liste di poche parole per ogni brano per cercare di spiegarle diversamente ; un tour  che mi terrà impegnato dal 28 maggio al 21 giugno.

Questo album diventa  dunque un tentativo sentimentale e poetico, e per questo non  privo di qualche sbavatura ingenua, di riportare lo sguardo in profondità, dribblando per una volta gli impegni sociali e abbracciando le tentazioni del tempo, della semplice natura di essere umano. Cimini mette alla prova la sua versatilità, esplorando diverse sonorità pur non allontanandosi troppo dai moduli stilistico-compositivi che lo contraddistinguono. 

 

Moods

Potremmo definirli i nuovi principi dell’elettro rock italiano; unici nel modo di mischiare elettronica, rock, techno, in suite tirate e vibranti.  Arrivano dal Salento e sono i finalisti di Rock In Roma Factory 2014.Il progetto nasce dall’unione di Stefano Scuro, leader dei Logo (voce e chitarra), Antonio “Dema” De Marianis (batteria), Errico “Ruspa” Carcagni (synth e programmazioni elettroniche) e Dario Ancona (basso).Forti di una cifra stilistica personale e un senso melodico raro, dopo il rifacimento di un pezzo di Bob Marley- So Much Trouble In the World- in una travolgente chiave sperimentale, è nell’estate del 2013 che esce il singolo che gli fa compiere il balzo in avanti, Pump Rock. Un pezzo ingegnoso e imprevedibile, snodato tra riposizionamenti di chitarre in prima fila  e synth  come se non ci fosse un domani; pause e progressioni dosate. E’ proprio il loro dna a caratterizzare i Moods: delirio energetico non solo nei brani, ma soprattutto nelle esibizioni, al punto da far ricredere che i rifacimenti a volte, possano esser anche migliori dell’originale. La wave  ammalia  nel secondo pezzo, Take My Love, fino a promuovere un terzo nell’estate corrente, Sunlight. E allora avanti con la schiera dell’elettro rock, declinato in tutti i modi possibili. Si ha la percezione di qualcosa che vada oltre tutto ciò, al di là del rock, dalla complessità sonora, che da poco ha ripreso a rinascere  nel nostro panorama, per alcuni versi. La band è ora impegnata alla lavorazione del primo EP ufficiale, ma non perdetevi assolutamente i loro live per tutto lo stivale; i loro concerti stregano le folle, dando una lustrata alla new wave italiana.

Rock in pillole.Le nostre interviste- Enzo Frigo, batterista dei Fabrizio Frigo & The Freezers

Piazza Santa Croce, Firenze, la prima giornata primaverile del mese. Enzo Frigo, batterista dei Fabrizio Frigo & The Freezers ci concede una piacevole chiacchierata lungo gli scalini della Basilica. Occhiali scuri e maglia di Breaking Bad.

La prima domanda , non poteva che essere”Chi è Donsusai?”

Lui mi sorride e mi dice, “Ancora non te l’ho raccontata”? Donsusai in realtà ???????????????????????????????  è un nome senza senso, perfetto per descrivere lo spirito del fuori luogo, che è il concept alla base del disco.sai com’ è,  l’abituale pubblico ai nostri concerti  è costituito da marinai ubriaconi, prostitute, rocker e teppisti da strada. Poco importa la musica, se i camerieri servono ai tavoli con un coltello a serramanico nella tasca dei pantaloni. Donsusai può esser il cameriere che a fine serata ti versa l’ultimo goccio di Jack, come il silenzio di una sala registrazione. E’ un mood

I testi invece? Qual è il pezzo che fa impazzire di più?Lo Spazio Inutile che tanto piace a me?

In realtà Expò Melò è quella che il pubblico apprezza maggiormente. I nostri testi sono scritti da  Paolo, che spesso materializza tra le righe, la sua esperienza di psichiatra, ovviamente psichiatra dei Frigo, a cui Fabrizio ha tenuto ad affidarci.

Come prosegue il tour? Cosa ci racconti di queste date iniziali?

Abbastanza bene, siamo piuttosto impegnati a far la spola tra una città e l’altra nei week end. Settimana scorsa siam stati al nord, Trento e Abbiategrasso. Nella prima abbiamo avuto una bellissima accoglienza che non ci aspettavamo; città universitaria molto calorosa: banda del paese, affissioni pubblicitarie, majorette…Davvero tutto il quartiere per noi

Avete aperto il tour, suonando a teatro. Come si chiamava quell’evento? Artic (…)?

Sei proprio un’archivista dei Fabrizio Frigo!L’evento si chiama Artic Party, e abbiam riempito il Teatro Off che ospitava l’evento. Ci piace esibirci a teatro, ma non ci dispiace suonare anche per circoli o eventi minori.

Mentre riprendiamo a camminare per le strade dell città, mi imbatto in un menù esposto fuori da un ristorante. Gli chiedo cosa sia il lampredotto

Il lampredotto è la quarta parte dello stomaco dei bovini, e sono bravissimo a cucinarlo. L’ho persino cucinato ad amici a Rotterdam, e alcune voci mi incoronano addirittura primo esportatore nazionale . Tutto iniziò quando decisi di far scoprire al mio manager l’antico sapore toscano e ci recammo in un pascolo per farci metter da parte il pezzo di carne

In una recente intervista a Fabrizio, dichiara: Come sono i “suoi” ragazzi? Li considera un po’ come dei figli? No, mon dieu, quali figli?! Li ho scelti perché cucinano bene e non chiedono fatture. Due aspetti che amo molto del vostro paese. Quindi sei tu il cuoco di cui parla?

Ovviamente- ed orgoglioso tira fuori dalla tasca della giacca del sale e peperoncino. E poi aggiunge -All’ipercoppe (ovvero al centro commerciale Ipercoop Toscana) possiamo trovare un buon lampredotto lessato, pulito e pronto per essere cucinato a nemmeno 4 €/Kg!

Qualcos’altro ? Ottimo musicista, pure cuoco…

Pure perfetto muratore. Ho passato l’inverno a stuccare e rifare casa (Vogliamo davvero crederci?).Ah, lo vedi quell’attico li su? Beh vorrei comprarlo un giorno. La vita da rock star è dura, ma quando sarò famoso, vi ospiterò li sopra per un barbecue.

Beh, non possiamo di certo non notare la sua vena comica, ma Enzo rimane un eccezionale batterista (anni e anni di esercitazione alla batteria di guiar hero s’intende), oltre che cuoco dallo spirito fortemente patriottico mentre cerchiamo di rubargli la ricetta del lampredotto.

Fabrizio Frigo & The Freezers- Donsusai

Sono la capacità di materializzare vivi i sentimenti, una vividezza pittorica, abilità affabulatoria  uniche, a rendere indimenticabile  la decina di canzoni che i Fabrizio Frigo and The Freezers sistemano nel loro primo album,  che sembra cogliere lo spirito di un’epoca e/o generazione , con una precisione da uomini vissuti. Non si tratta della solita band, che saltata sul variopinto carro dell’acid rock, non ha il talento poi necessario per elevarsi. Tutt’altro! I cinque ragazzi di Firenze si destreggiano con abilità tra riff di chitarra violenti, e inevitabili synth, mettendo in scena quanto sognava di fare da grande Fabrizio Frigo: cantatore immaginario e il regista teatrale, colui che disegna i fondali davanti ai quali disporre personaggi che raccontano storie. E’ sul finire del 2012 che la band, dopo un viaggio tra i paesaggi calabro/lucani erige il sensazionale ponte tra passato e presente, confezionandolo in Donsusai, album in uscita oggi ,registrato presso il Running Dog Studio di Brisighella e mixato presso il Multiverso Studio di Firenze.

La partenza con ” Expò Melò”,ritmica sostenuta a pari merito dalla batteria di Enzo Frigo, condita da synth che si rincorrono, la fanno da padrona. Un’elettronica leggera e malinconica che vira verso climi che trovano il giusto mezzo tra latente energia e maestosità drammatica.  Canoni che  vengono mantenuti in “Lo Spazio Inutile”: testo che scivola sulle melodie senza attriti, malinconico quanto basta a leccare le ferite, e rassicura il cuore incerto (-E inventeremo un’altra idea di spazio inutile noi due, perché riusciamo a stringerci allo spazio inutile). La voce di Tony Frigo, dà  quel senso di catarsi mancata ed eternamente offerta in dote, donando cosi ulteriore risonanza alle parole delle canzoni. In “Nella Noia”, risulta tutto più straordinario: copiosità lessicale e profondità poetica, in cui la compassione si mescola al cinismo, le osservazioni mordaci all’abbandono sentimentale.

Ciò che ricordi alla fine dell’ascolto è il mostruoso muro del suono eretto da Paolo Frigo (chitarra), Franco Frigo (synth), Elia Frigo (basso), Enzo Frigo (batteria), che raggiunge l’apoteosi ne “Il Treno delle 3:00 a.m”.

Questo lavoro, altro non è che un piccolo grande  prodigio di buon gusto e capacità di sintesi, ammaliante percorso in cui di continuo ci si imbatte in intarsi strumentali mozzafiato. Rimane una delle promettenti uscite del 2015: fra ricercate ridondanze, innumerevoli i segni di un talento che assecondano ogni istinto creativo.

Inverso, “La Pioggia Che Non Cade”

Come nelle loro differenti terre di appartenenza, il sole intenso del sud, si mescola al clima più mite  del Lazio, cosi la musica degli Inverso è il frutto dell’incontro tra tante e diverse suggestioni artistiche, dal rock al pop, sino a sconfinare in una romanzata fisarmonica. Il suono che ne risulta, interpretato secondo una sensibilità accentuata  e con gusto tipicamente audace, è qualcosa di unico e fortemente caratterizzato in senso istintivo. Sei musicisti che incrociano le loro strade nella capitale, e il risultato che ne vien fuori è una fascinazione di mix artistici: Carlo Picone, (voce chitarra e piano), il fratello, Vincenzo Picone al basso, Simone Pletto alla fisarmonica, Anna Russo al violoncello, Mauro Fiore alla batteria, e infine Vincenzo Citrini al sax. Una piccola grande orchestra capace di intrattenere il pubblico con una strabiliante performance; e non è un caso se siano stati scelti per La-pioggia-che-non-cade-il-film-al-cinemail lungometraggio “La Pioggia Che non cade” , del produttore Tonino Abballe, sotto la direzione di Marco Calvise. Si tratta di un attuale modernariato cinematografico, proiettato per l’occasione al cinema Adriano di Roma, sullo stesso palco in cui suonarono i Beatles nel ’65. Ingegno e creatività , i fattori che li contraddistinguono.  La Pioggia Che non cade, autoprodotto, è anche il titolo del loro album. Un lavoro che ha il sentore di un viaggio interiore sempre fedele però all’urgenza di mettere in musica il proprio mondo interiore che va ad indagare alcuni tra gli scorci più nascosti ed oscuri dell‘animo umano. Dodici brani scritti tutti dal talentuoso Carlo Picone, e arrangiati dalla band stessa. “La Pioggia Che non Cade” , titolo e sesta traccia è  prova dell’abilità della band di rischiare sperimentando sullo stesso piano fisarmonica, sax, in un connubio di musica popolare , ma mai di “vecchio stile”. Non mancano nemmeno i tanghi, dal carattere corposo come “Il Tango dell’ Attesa”, un continuo levare di emozioni a colpi di fisarmonica e violoncello, momento di gran classe e raffinatezza sonora. Stessa freschezza e maestria compare nel brano jazz , “Cobalto e Iride”, gioiello sonoro che accompagna l’ascoltatore in un momento di romanticismo sopraffine –Noi due cobalto e iride, due note, due anonime anime– . L’album è un percorso dell’anima. Parla una lingua proveniente tanto da un passato apparentemente lontano, quanto da una prospettiva moderna. Di fronte alla realtà, la band conosce una sola luce. L’amore, l’amore strictu sensu.

A Toys Orchestra: Butterfly Effect

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Butterfly Effect

Ne hanno fatta di strada i ragazzi campani della A Toys Orchestra, proprio come il titolo del nuovo album “ Butterfly Effect” , titolo preso dal linguaggio della fisica, in cui piccole variazioni nelle condizioni iniziali, producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine del sistema.  La band, al sesto lavoro, si indirizza verso un sound più elettronico , e strutturato:” Made to Grow Old”, prima traccia presenta con onore tutto l’album, garantendogli un posto di rilievo nel panorama italiano dell’ultimo decennio.  Sarà stato il rifugio berlinese , che avrebbe dovuto dare un tono di respiro internazionale, alla band agropolese, anche se oramai risiede a Bologna da anni (per motivi logistici, come specifica sempre il cantante Enzo Moretto), ma il nuovo album sembra rievocare la Summer of Love. La tradizione rock e i dettami della new wave vengono fatti passare quasi attraverso una serie di specchi deformanti in “My Heroes  Are all Dead” ,rimarcando che il nuovo album è la somma di tutto ciò che hanno  realizzato in questi anni, e non solo una parte dell’esperienza. In “Mirrorbal”l ritroviamo un misticismo trattenuto con un nuovo piglio, a intrecciare per la prima volta trame più elettroniche. Non a caso, la partecipazione di Jeremy Glover, in chiave di regista, già collaboratore con Crystal Castles, Devastations, Liars. Resta forte la matrice Arcade Fire, persistente nei brani di “Fall To Restart” e “Wake Me Up”.  “Come on, Get Out”, fa capire pienamente l’evoluzione del gruppo, approdando alla formula compiuta di questo disco, tra le visioni musicali di Moretto e la partecipazione (per l’occasione) di Julian Barrett (piano, synth, chitarra e basso) oltre alla classica composizione :Ilaria D’Angelis (voce, synht, basso), Raffaele Benevento (basso e chitarra), Andrea Perillo (batteria e percussioni). A toys Orchestra, sta virando verso livelli qualitativi altissimi, fungendo da buon esempio nella volontà di portare a segno i propri sogni.

Marianna Alvarenz

MEI SANGIORGI 2014 – 2.0 20 ANNI

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Il primo giorno del MEI, un giornalista di Radio Zero, mi ha chiesto cosa significasse per me, la mia partecipazione all’evento. Presa così su due piedi, ho dato una risposta veloce, seppur significativa (stando a quello che ha detto Marco, socio della Blob Agency). Le solite cose da dire: il MEI aiuta le etichette indipendenti per salvare la musica italiana; la distribuzione della musica di oggi è oramai affidata a distributori digitalizzati dei quali non conosci neanche l’indirizzo ecc… Ma fossi stata intervistata con calma e col tempo di poterla pensare, avrei architettato diversamente la risposta. MEI è farsi una valigia la mattina presto prima di andare a lavoro; prendere un treno ad alta velocità alle 20.00, e dalle 22.30  aspettare la mezzanotte in un locale di Bologna con il tuo collaboratore, e il primo artista, da te intervistato. Una birra che si rovescia non solo sul tavolo, ma anche nei discorsi su ciò che accade nella discografia italiana attuale e di cosa ci occupiamo noi della Blob. Mezzanotte: messaggi di buon compleanno e un altro giro di bevuta fanno da preludio alla giornata di domani. Con comodo, l’indomani, un regionale per Faenza ci accompagna a quella che è stata definita la migliore edizione degli ultimi anni; allestiamo il nostro stand con i cd delle promozioni, e un figo raccoglitore demo accuratamente ricoperto da fogli di Rolling Stones preparato da Marco. I tendoni iniziano a riempirsi del merchandising degli  espositori e di musiche di sottofondo; alla fine del nostro corridoio c è anche un rappresentante di Epiphone che cattura l’attenzione di tutti con la sua lucidissima lady Les Pauls Standard. Fuori, Faenza splende sotto al sole: palchi in ogni angolo della cittadina, mostre di artisti emergenti, che interpretano la musica e le sue suggestioni, giocolieri, banchetti vintage, file nere di vinili. Nel frattempo centinaia di gruppi brulicano tra gli stand a lasciare le proprie demo; vengono prevalentemente dal nord Italia a riporre nel nostro scatolone, i sogni racchiusi in un cd. Incontri di sguardi, scatti rubati e file di dati a penna che si accumulano. Ci piace interessarci al loro prodotto, far domande sul genere. Ci godiamo anche la città. Il caldo di fine settembre, le birrerie aperte. Ci addentriamo con Frenk in un negozio di cd. “Frenk, ma oggi è il Record Store Day (oltre che il mio compleanno), entriamo dentro! Oggi per bene che vada, è si un’appuntamento di culto, ma la forbice più ampia, quella che fa strizzare gli occhi alla memoria, di ciò che siamo stati, sono i vinili di cantautori italiani di quaranta, cinquanta anni fa, e uno specchio parabolico dove ci scattiamo un selfie. Sono cambiati i mezzi, cassetta o Spotify che sia, ci si affida alle note dei palchi li accanto: il live come tentativo di seduzione e manuale di istruzione del sè. La giornata volge al termine: oggi ho anche rubato uno scatto a Capovilla, cantante del Teatro degli Orrori, mentre si prende gioco della maglia poco seria di Frenk, fondatore della Blob Agency. Sotto lo spauracchio dei temibili orari di Trenitalia, ritorniamo verso Bologna col trolley pieno di demo e la semplice prospettiva che ascoltando nei prossimi giorni, tutti quei lavori, avremmo donato un contributo non indifferente agli artisti emergenti che hanno impacchettato in pochi brani, sogni e progetti.

Marianna Alvarenz